Dio è morto, Marx è morto, e pure l’Euro…

(Versione estesa dell’articolo Salario unico contro l’austerità pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 26 giugno 2012)

La patologia: debito pubblico o debito estero (privato e pubblico)?

La riconduzione delle cause ultime della crisi dell’Eurozona agli squilibri esteri crescenti tra economie “del centro” ed economie “periferiche” rappresenta, ormai, l’interpretazione prevalente all’interno della comunità accademica internazionale. Anche in Italia, dopo mesi di martellamento mediale sul nesso tra debito pubblico e “spread” sui rendimenti dei titoli di Stato (correlazione, alla luce dei dati, invero assai flebile), l’attenzione di economisti, analisti ed editorialisti si è finalmente spostata sui saldi di segno opposto che caratterizzano le partite correnti (e, simmetricamente, i conti finanziari) di Germania e Olanda, da un lato, e Spagna, Italia e Francia, dall’altro (1). Tale divario, a cui ha corrisposto il consolidamento di una posizione creditoria netta verso l’estero del primo gruppo di paesi, e specularmente di una posizione debitoria netta del secondo, non è che l’esito ultimo di un altro, ben più importante, “spread”: quello di competitività tra le produzioni nazionali delle economie che hanno aderito alla valuta unica. Anche su questo secondo nesso causale, nonché sul ruolo dell’Euro quale amplificatore delle divergenze reali tra i paesi aderenti, pur con alcune eccezioni, sembra esserci oggi un consenso crescente tra economisti ed operatori di mercato. Così, se soltanto fino ad alcune settimane fa le tesi sulle origini della crisi esposte da Emiliano Brancaccio e da me ne “L’austerità è di destra” (Il Saggiatore, 2012) venivano sbrigativamente liquidate da Barba Navaretti, sul principale quotidiano economico nazionale, come “argomentazioni demagogiche e poco fondate” (2), lo stesso autore è ora disposto ad ammettere, in linea con quanto da noi sostenuto, che “lo spettro della disintegrazione finanziaria dell’euro … ha a che fare con la competitività asimmetrica del continente. Per quanto le finanze pubbliche convergano, l’equilibrio dell’Europa sarà precario fintanto che i conti con l’estero dei suoi membri continueranno a divergere. Mentre i tedeschi mantengono dal 2005 un saldo positivo delle partite correnti superiore al 5% del Pil, tutti i Paesi del sud Europa, Francia compresa, sono pesantemente in deficit”. E ancora: “se una parte del surplus tedesco [venisse] trasferito ai lavoratori, i loro consumi potrebbero in parte migliorare i saldi commerciali degli altri paesi europei” (3). Sennonché, non è chiaro come tale trasferimento possa avvenire spontaneamente.

Il salasso: austerity e flessibilità

In generale, quando si passa dal piano dell’analisi positiva delle cause ultime della crisi a quello dei provvedimenti concreti per farvi fronte, le proposte di parte “mainstream” tornano a farsi nebulose, quando non manifestamente contraddittorie con le premesse da cui muovono. Tra le prime (le proposte nebulose) rientrano non meglio precisate misure, o “riforme”, che dovrebbero aumentare la produttività nei paesi in deficit. Giova far osservare che, se è un’ulteriore flessibilizzazione-precarizzazione del mercato del lavoro ciò che si invoca tra le righe, l’Italia è, tra i paesi europei, quello che ha sperimentato la caduta più rapida ed accentuata degli indici di protezione del lavoro nell’ultimo quindicennio (4). Eppure ciò non ha affatto giovato ai livelli di produttività, che anzi nello stesso periodo hanno ristagnato (5), e che sono la risultante di fattori quali il grado di centralizzazione dei capitali nazionali, l’infrastrutturazione del territorio, la collocazione specifica del paese nella catena transnazionale del valore, il volume degli investimenti (pubblici e privati) in nuove tecnologie, il livello effettivo della domanda aggregata, la specializzazione produttiva delle imprese, il grado di utilizzo degli impianti esistenti, ed altri elementi strutturali che nulla hanno a che vedere con la legislazione sul lavoro. Un aumento della produttività del lavoro in Italia e negli altri paesi periferici, per quanto auspicabile e necessario, non può, dunque, che rappresentare un obiettivo di medio-lungo periodo, da conseguirsi mediante mirate politiche di investimento pubblico e di programmazione industriale, se non di vere e proprie forme di pianificazione pubblica. Rientrano, invece, nel secondo insieme (le proposte contraddittorie), tutte quelle posizioni riconducibili all’idea di un’austerity “ben temperata” che scarichi i costi del riequilibrio sulla spesa sociale (e/o sulla pressione fiscale) dei paesi in deficit, sia pure in modo più graduale rispetto a quanto preteso nei diktat del governo tedesco (6). In effetti, una volta riconosciuto che le origini delle difficoltà dell’Eurozona sono da attribuirsi a squilibri strutturali “esterni” dei singoli paesi-membri (ma “interni” all’area valutaria), e che il bilancio netto del settore pubblico costituisce una variabile residuale (dati i saldi dei settori privato ed estero), ogni tentativo di compressione del debito per mezzo di politiche di austerità fiscale si configura, per definizione, come la più classica delle fatiche di Sisifo (7). Naturalmente, non sfugge che la deregolamentazione del mercato del lavoro, mentre non vale a rilanciare la produttività oraria, può, però, condurre ad un’ulteriore compressione del potere contrattuale dei lavoratori e delle loro organizzazioni rappresentative, ottenendo per questa via quell’agognata riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto che rappresenta il vero obiettivo dei propugnatori delle politiche di flessibilità. La stessa austerità fiscale, deprimendo i consumi interni e le importazioni di merci e servizi dall’estero, può apparire in grado di produrre un riequilibrio tendenziale della bilancia commerciale e, dunque, dei rapporti debitori verso l’estero. Il fatto è, però, che la decurtazione salariale e la contrazione dei consumi interni necessarie per recuperare il differenziale competitivo accumulato dall’introduzione della valuta unica con i paesi del Nord Europa sarebbero talmente elevate (la riduzione dei salari nominali si può stimare nell’ordine del 20% per l’economia italiana, con percentuali anche più elevate per le altre economie periferiche) da “uccidere il malato”, precipitando l’Europa in una recessione senza fine, sancendo verosimilmente la fine dell’Euro e dello stesso mercato unico, e preludendo a rivolgimenti sociali inimmaginabili.

Una cura possibile: lo standard salariale europeo

Di fronte a questi scenari, è necessario adottare provvedimenti che carichino il peso del riequilibrio (anche) sui paesi creditori, rilanciando, al contempo, la domanda interna dell’Eurozona. Al riguardo, una delle poche proposte che appaiono in grado di agire direttamente sulle cause degli squilibri è quella dell’introduzione di uno “standard salariale europeo”. La proposta, formulata inizialmente da Emiliano Brancaccio e poi ripresa ne “L’austerità è di destra”, poggia su tre pilastri. Anzitutto, tutti i paesi-membri dovrebbero impegnarsi ad adottare politiche tendenti a favorire un graduale aumento nominale dei redditi da lavoro fino al raggiungimento di una soglia minima della loro quota sul PIL. Tale quota, concordata in sede europea, fungerebbe da “attrattore” per le economie dell’Eurozona e dovrebbe essere non inferiore alla maggiore delle quote-salari correnti dei paesi-membri. Lo scopo è quello di invertire quella tendenza decennale alla caduta dei redditi da lavoro che ha caratterizzato, sia pur con alcune differenze nazionali, tutti i paesi europei. Benché, infatti, le cause ultime della crisi non siano imputabili al “sottoconsumo” dei salariati, è però indubbio che una distribuzione dei redditi più equilibrata possa contribuire (attraverso il “moltiplicatore” del reddito e l’”acceleratore” degli investimenti) ad un rinvigorimento della domanda aggregata e dunque ad una rottura dell’attuale spirale recessiva. La necessità di individuare ed avviare un motore interno della crescita europea è, del resto, tanto più impellente in quanto si consideri che un fonte di domanda (netta) esterna all’Europa potrebbe non sussistere per molti anni ancora. In secondo luogo, al fine di determinare un riequilibrio dei conti con l’estero, l’aumento dei salari nominali dovrebbe essere commisurato al segno e all’entità del saldo delle partite correnti (e più specificamente alla bilancia commerciale) di ciascun paese. In particolare, i paesi caratterizzati da avanzi sistematici (come Germania e Olanda) dovrebbero impegnarsi a perseguire aumenti maggiori di quelli stabiliti per i paesi caratterizzati da deficit tendenziali (come Italia e Francia) o sistematici (come Spagna e Portogallo). La maggiore domanda proveniente dai primi (nel caso in cui l’incremento salariale si traduca in maggior potere d’acquisto delle famiglie) o il rovesciamento del segno del differenziale inflattivo (nel caso in cui l’aumento dei salari si traduca in maggiore inflazione), ovvero una combinazione dei due effetti, garantirebbero un riassorbimento graduale del divario competitivo (che, è appena il caso di ricordarlo, è un dato economico, e non un valore morale) e dunque il riequilibrio dei rapporti di credito/debito interni all’Unione Monetaria. Infine, l’adozione dello standard dovrebbe essere accompagnata da un sistema di sanzioni per i paesi, siano essi in deficit o in surplus, che non rispettano gli impegni presi.

Eccipienti: una sfida per il movimento operaio europeo

Non va sottaciuto che la proposta di adozione dello standard salariale solleva due obiezioni, una di contenuto ed una di fattibilità. In merito al contenuto, viene talvolta argomentato che, dato che la quota-salari sul PIL altro non è che il rapporto tra monte-salari reale e produttività media del lavoro, il suo utilizzo come attrattore equivarrebbe a cristallizzare, sul piano retributivo, le differenze nazionali nei livelli di produttività. Al riguardo, occorre far notare che la produttività del lavoro è fortemente correlata proprio all’andamento delle esportazioni, e che la direzione del nesso causale dominante va dalle seconde alla prima. Tale relazione tra domanda aggregata (o sue singole componenti) e produttività del lavoro è nota, in letteratura economica, con il nome di “Legge di Kaldor-Verdoorn”, ed ha ricevuto negli anni numerose conferme empiriche (8). Perciò, nella misura in cui l’adozione dello standard inducesse un riequilibrio nei differenziali inflattivi dei paesi dell’Eurozona e stimolasse le esportazioni delle economie periferiche, essa potrebbe generare una convergenza al rialzo non soltanto delle quote-salari nazionali, ma degli stessi livelli di produttività e dunque dei salari reali. Venendo alle critiche di fattibilità, la questione è eminentemente politica. Sul piano tecnico, infatti, le autorità nazionali ed europee dispongono di tutti gli strumenti necessari per l’adozione delle misure descritte (9). D’altra parte, lo standard è in grado di unificare le istanze di lotta di tutti i lavoratori europei, dato che la sua introduzione si accompagnerebbe, in ogni paese, ad un miglioramento netto delle loro condizioni retributive (10). È, dunque, sulla capacità dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali, nonché dei partiti della sinistra europea, di costruire una sufficiente “massa critica” che si misureranno le possibilità concrete di successo di tale proposta. Si tratta di un compito tutt’altro che agevole, ma, se si esclude la soluzione comunque traumatica (per i percettori di redditi da lavoro) di un’uscita pilotata dall’Euro, non vi sono alternative. Diversamente, il rischio è la desertificazione produttiva di intere aree geografiche, ovvero la deflagrazione dell’Eurozona, con il carico di nazionalismi e di tensioni sociali che tali prospettive inevitabilmente porterebbero con sé. Per il movimento operaio europeo, dopo decenni di arretramento, è arrivato il momento di lanciare all’Europa dei capitali e dei banchieri centrali una sfida all’altezza dei tempi.

Note

(1) In Italia, tra i primi ad avanzare esplicitamente l’ipotesi di un nesso tra indebitamento estero e spread, sia pure con accenti diversi, vanno menzionati Alberto Bagnai, Emiliano Brancaccio e Sergio Cesaratto. Sulla stessa interpretazione convergeva anche la Lettera contro le politiche di austerità, sottoscritta da oltre 300 economisti ed inviata il 14 giugno del 2010 ai principali rappresentanti delle istituzioni italiane. Di recente, anche Il Sole 24 Ore ha dato risalto a tale posizione (si veda, ad esempio, Ecco quanto la Germania guadagna dalla crisi. Bilancia dei pagamenti più che decuplicata con l’euro, Il Sole 24 Ore, 6 giugno 2012).

(2) Giorgio Barba Navaretti, “Destra e sinistra anti-austerity”, Il Sole 24 Ore, 29 Aprile 2012.

(3) Giorgio Barba Navaretti, Europa del Sud «condannata» a migliorare la produttività, Il Sole 24 Ore, 31 maggio 2012.

(4) In particolare, come ha osservato a più riprese Emiliano Brancaccio, le statistiche pubblicate dall’OECD rivelano che l’indice di protezione del lavoro EPL (acronimo di Employment Level Protection) è precipitato dai 3,1 punti-base del 1998 ai 2,5 punti del 2008, ossia ad un livello che si colloca ben al di sotto di quelli riscontrati nelle altre grandi economie dell’Eurozona (Germania, Francia e Spagna).

(5) In Italia nel periodo 2001-2010 la crescita media del valore aggiunto per ora lavorata è stata pressoché nulla, il peggior risultato in Europa (fonte: Eurostat).

(6) Tale contraddizione emerge chiaramente laddove si sostiene: “che l’austerità sia recessiva non c’è dubbio; che l’asimmetria nella fede del rigore fiscale crei tensioni in Europa anche. Ma a questa strada non c’è alternativa”?! (Giorgio Barba Navaretti, “Quale Austerità? Botta e risposta tra Emiliano Brancaccio e Giorgio Barba Navaretti”, Il Sole 24 Ore, 13 maggio 2012).

(7) La stessa espressione è stata usata da Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci in Illusioni e realtà della manovra, MicroMega, La pagina dei blog, 8 dicembre 2011.

(8) L’importanza di tale correlazione è stata sottolineata di recente anche da Alberto Bagnai (in un articolo dal taglio divulgativo, ma denso di riferimenti scientifici) per il quale “i dati ci dicono che sono le esportazioni a causare la produttività” (Cosa sapete della produttività, Goofynomics, 19 marzo 2012).

(9) Già ora la BCE e l’Eurosistema perseguono ben definiti obiettivi inflazionistici, e sia pure per l’area euro nel suo insieme.

(10) Tanto più laddove, come ad esempio in Germania, il mercato del lavoro è caratterizzato da una forte dualità tra lavoratori assunti direttamente dalle grandi aziende e lavoratori della sub-fornitura.