Come ogni ottobre, con l’assegnazione del “Nobel per l’economia” si ripropone l’annosa disputa sulla scientificità della disciplina: non è una scienza, usa troppa matematica, non sa prevedere le crisi, e il suo non è nemmeno un vero Nobel. Sono critiche mosse in buona fede, ma mancano il bersaglio. E una critica ben più radicale è possibile.
Il dibattito tende sempre più a polarizzarsi. Da un lato si colloca la maggioranza degli economisti, i quali assimilano l’economia a una scienza naturale, adottano il linguaggio matematico come criterio di scientificità e giustificano i recenti insuccessi previsionali invocando la natura stocastica delle crisi. Dall’altro lato vi sono quanti negano alle discipline economiche ogni statuto scientifico, condannano l’uso della matematica tout court e brandiscono quegli stessi fallimenti previsionali come prova inoppugnabile di non-scientificità. Nessuna delle due posizioni è, a ben vedere, interamente persuasiva. Tuttavia, è sulla seconda che conviene soffermarsi, perché, mentre muove dalla comprensibile esigenza di sottoporre a critica il pensiero economico dominante e le sue roccaforti, i suoi tre argomenti più popolari non reggono.
Il primo è quello del “falso Nobel”. È vero: il cosiddetto “Nobel per l’economia” non figurava fra i riconoscimenti istituiti da Alfred Nobel nel suo testamento del 1895. Fu creato solo nel 1968 dalla Banca Centrale Svedese e porta il nome di “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. Questa origine posticcia viene talora invocata a dimostrazione del fatto che l’economia si sarebbe indebitamente arrogata una patente di scientificità. Si tratta, a mio avviso, di una critica benintenzionata ma fallace. Il prestigio di un premio non dipende tanto da chi lo conferisce, quanto da chi lo riceve. Ciò che andrebbe discusso criticamente è, dunque, quali indirizzi di ricerca il premio abbia consacrato e quali abbia ignorato. Il premio va, insomma, sottoposto a critica sul piano delle scelte effettuate da chi lo assegna, non su quello della sua genealogia. Del resto, il testamento di Nobel premia anche la letteratura e la pace, che scienze non sono, e ignora la matematica – per ragioni, vuole la leggenda, più sentimentali che epistemologiche. Non è mai stato un elenco delle discipline scientifiche.
Il secondo argomento è quello dei fallimenti previsionali. Si tratta di una posizione piuttosto debole. L’impossibilità di formulare previsioni quantitative accurate è un limite che le scienze economiche condividono con numerose discipline di cui nessuno contesta la scientificità. La sismologia non può dire quando avverrà il prossimo terremoto, la meteorologia non si spinge oltre un paio di settimane, l’epidemiologia fatica ad anticipare la diffusione di un virus, e la biologia evoluzionistica spiega l’origine delle specie senza poter dire quali compariranno. Tale limite non dipende tanto dall’avere a che fare con agenti pensanti anziché con atomi o masse d’aria, quanto dallo studiare un sistema complesso, fatto di molte componenti che interagiscono, di retroazioni, di non linearità e di dipendenza dalle condizioni iniziali e dal sentiero. Alla teoria dominante si può rimproverare non già di aver mancato la data delle crisi recenti, bensì di aver adottato modelli in cui una crisi generale può arrivare solo dall’esterno, come shock tecnologico o di politica economica, e mai dal funzionamento stesso del sistema. È su questa base che va contestato l’appello alla natura stocastica delle crisi.
Il terzo argomento è quello della “troppa matematica”, che è, a sua volta, un falso problema. Certo, la formalizzazione matematica non è, di per sé, garanzia di scientificità: la teoria dell’evoluzione di Darwin costituisce un modello di rigore scientifico pur essendo stata formulata – almeno in origine – senza alcun apparato matematico, mentre l’astrologia ricorre a calcoli anche elaborati senza per questo essere una scienza. Ma nemmeno la rinuncia alla matematica è garanzia di scientificità. Ogni linguaggio ha i propri limiti, perché stabilisce ciò che può essere detto e ciò che non può esserlo: questo vale per la matematica come per la lingua italiana, o per qualsiasi altra forma di espressione. La consapevolezza di tali limiti dovrebbe semmai condurre a un uso parsimonioso e avvertito degli strumenti matematici e statistici, non alla loro liquidazione frettolosa.
D’altra parte, la scientificità va riferita anzitutto al metodo di indagine, non al linguaggio adottato né, tanto meno, all’oggetto indagato. Non sono i temi trattati, in sé, a essere scientifici o meno, bensì il modo in cui li si affronta – il rigore e la trasparenza delle procedure, il controllo intersoggettivo delle ipotesi, la disponibilità a rivederle alla luce dell’evidenza empirica.
Ciò che va sottoposto a critica radicale non è, dunque, l’utilizzo di strumenti formali in quanto tale, bensì la visione preanalitica da cui la modellistica dominante è derivata, vale a dire l’idea di società che precede e orienta l’analisi: l’immagine di un cosmo ordinato, a-storico, a-sociale e a-conflittuale, che è in definitiva l’istanza di autorappresentazione delle classi sociali egemoni. Non si tratta, cioè, di rigettare la matematica, ma la concezione di società e le ipotesi teoriche a partire dalle quali essa viene spesso impiegata.
Un esempio può aiutare a chiarire il punto. Stabilire se un tasso di disoccupazione dell’otto per cento sia un problema sociale o sia invece una grandezza “naturale” non è solo una questione tecnica. Le due letture rimandano a visioni del mondo e sistemi teorici contrapposti e, dietro di essi, a interessi sociali distinti.
Va da sé che il dissenso esiste anche nelle scienze “dure”: è noto che Albert Einstein, pur essendo tra i fondatori della teoria dei quanti, ne rifiutò la completezza. Tale dissenso, però, tende nel lungo periodo a essere riassorbito o almeno arbitrato dall’evidenza empirica. Nelle scienze sociali, dove l’evidenza conta ma raramente è dirimente, accade qualcosa di diverso. Questo perché una teoria economica non è soltanto uno strumento conoscitivo, ma anche una forma di autocomprensione e di autorappresentazione di un soggetto sociale. Poiché i soggetti sociali sono eterogenei – classi, gruppi, nazioni – e le loro relazioni sono spesso conflittuali, la disciplina non ospita un dissenso meramente episodico, ma vere e proprie scuole di pensiero, portatrici, ciascuna, di una distinta visione di come la società è e soprattutto di come dovrebbe essere.
Non esiste, del resto, un’unica definizione di “scientificità”: in ultima istanza, è sempre la discussione in seno alla comunità scientifica a stabilire, storicamente e provvisoriamente, ciò che viene riconosciuto come scientifico. E poiché questa non è un soggetto neutrale, ma è attraversata dalle tensioni della società che la ospita, nelle discipline sociali stabilire che cosa valga come scienza ha, inevitabilmente, un peso sociale e politico maggiore che nelle scienze naturali.
In effetti, il pensiero economico può essere interpretato come coesistenza e competizione di più paradigmi – classico, neoclassico, keynesiano, sraffiano, marxista, istituzionalista, evoluzionista, e così via – gradualmente ricondotti, a partire dagli anni Settanta, sotto l’egemonia dell’ortodossia di derivazione neoclassica, con le note ricadute sulla selezione delle ricerche e delle carriere accademiche. Anche l’accusa sovente rivolta agli economisti di svolgere tutti, indistintamente, il ruolo di teologi degli interessi dominanti finisce, perciò, per accettare il perimetro definito dagli economisti mainstream – i quali, con poche eccezioni, negano l’esistenza di scuole e correnti di pensiero, dato che esisterebbero soltanto teorie sbagliate e teorie giuste (le loro, naturalmente).
Sia chiaro: le scienze economiche non solo possono, ma debbono essere sottoposte a critica serrata. Il problema è che le critiche mal indirizzate fanno danni. Quelle più diffuse regalano all’ortodossia neoclassica il monopolio del rigore e della matematica e spostano l’attenzione da ipotesi e modelli ai simboli. Soprattutto, se l’economia non è scienza “punto e basta”, tutto diventa opinione, e fra opinioni prevale quella di chi ha più potere. Sul terreno del metodo, invece, le ipotesi e i modelli dominanti si possono contestare sulla base di criteri condivisi, anche cercando alleanze con studiosi afferenti ad altri ambiti disciplinari.
Ecco perché, a dispetto delle migliori intenzioni dei suoi sostenitori, la negazione di ogni carattere di scientificità delle discipline economiche finisce per rafforzare la visione dominante. Chi nega alle scienze economiche qualsivoglia crisma di scientificità e chi le assimila a una scienza naturale muovono, del resto, dalla stessa premessa: che l’unico statuto scientifico possibile sia quello di scienza naturale. Meglio si farebbe, invece, a riconoscere che l’economia è una scienza sociale, ossia un insieme di teorie e metodi chiamato ad indagare criticamente le leggi – storicamente mutevoli – di movimento delle società capitalistiche, rifuggendo tanto le boriose pretese di neutralità del pensiero dominante quanto le scorciatoie irrazionaliste dei suoi critici più ingenui.
(Per chi fosse interessato ad approfondire questi temi, rimando agli appunti del mio corso di Analisi economica: https://github.com/marcoverpas/analisi_economica)